Il tuo bimbo è di poche parole?

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  • Data: Maggio 2017
  • Categoria: Approfondimenti

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Chiedi un consiglio se il tuo è un bambino di "poche parole"

Ogni bambino ha i suoi tempi nell’affrontare le diverse tappe di crescita: c’è chi impara prima a camminare, chi prima a parlare e c’è chi, all’età di due anni, ancora non dice una parolina. Ogni genitore aspetta con trepidazione le prime parole del proprio bambino; a volte queste tendono a tardare o ad essere poche, rispetto a quelle prodotte dai suoi coetanei.
Al di là della variabilità esistente per ogni bambino, il linguaggio è un percorso con delle tappe: tra i 6-9 mesi la comunicazione è fatta da gesti, sillabe ripetute, come pa pa pa; a 9-12 mesi compaiono le prime sequenze di sillabe, più simili alle parole e compare il gesto dell’indicare. Il linguaggio nei mesi successivi si arricchisce sempre più di parole fino che si assiste ad una vera e propria “esplosione” del vocabolario intorno ai 16-20 mesi, che si accompagna con le prime piccole frasi.
È frequente osservare nel mio lavoro genitori che hanno una certa titubanza nel rivolgersi alla Logopedista, rimandando la valutazione del linguaggio del loro bambino perché giudicato troppo piccolo o “non pronto”. Succede a volte che genitori preoccupati quando rivolgono il loro dubbio all’esterno della famiglia, si sentano rispondere di non preoccuparsi, che è troppo presto e che ogni bimbo ha i propri tempi. Ma quale è la maturità che si sta attendendo per richiedere una prima valutazione?
Una buona valutazione logopedica può avvenire già ad un’età precoce e terrà necessariamente conto non solo del grado di sviluppo comunicativo-linguistico del bambino, ma anche di altri importanti aspetti maturativi per l’età. Ciò consente di individuare i cosiddetti “parlatori tardivi”, ovvero quei bimbi che se, non adeguatamente stimolati e supportati, potrebbero sviluppare un vero e proprio Disturbo di Linguaggio, di cui soffre il 3% della popolazione.
La tempestività dell’intervento è essenziale per evitare di dover affrontare situazioni più complesse in futuro; garantisce inoltre risultati migliori in tempi di trattamento più brevi, evitando che aumenti sempre di più il divario con i coetanei e che si instauri una sofferenza nel bambino che non può esprimersi come vorrebbe. Una sofferenza che potrebbe portare ad una chiusura in se stessi e a una rinuncia a comunicare, o che potrebbe diventare rabbia e quindi generare comportamenti oppositivi e provocatori. A tutto ciò si aggiunge che un bambino con Disturbo di Linguaggio non seguito avrà il 30-40% in più di probabilità di sviluppare, quando andrà a scuola, un disturbo dell’apprendimento, come la Dislessia.
Nel frattempo, cosa può fare un genitore per favorire al meglio lo sviluppo del linguaggio del proprio bambino? Essi devono diventare dei “facilitatori” del linguaggio: prediligere un ritmo lento, conversare faccia a faccia, portandosi al suo livello e guardandosi negli occhi, rispettare i turni comunicativi. Ridurre inoltre la lunghezza generale delle frasi sono degli importanti aiuti che possiamo fornire ad un bambino il cui linguaggio stenta a partire. Anche l’utilizzo del linguaggio del corpo risulta molto importante: accompagnare le parole con i gesti e le espressioni facciali arricchiranno il linguaggio con tante informazioni supplementari molto preziose per il bambino.

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